ROSY ABATE

ANDARE OLTRE I PREGIUDIZI PER VIVERE MEGLIO

Ormai da diverse settimane si è conclusa la seconda stagione della serie televisiva, molto amata ma anche molto discussa, “Rosy Abate”. Venerdì tristi per i grandissimi fan di questo personaggio che ha appassionato gli italiani per 10 anni… certo, non tutti. Sono molti coloro che, come si dice in siciliano, la consideravano una “camurria”, una fiction troppo… fiction! Insomma, troppa finzione per molti spettatori, che avrebbero preferito un personaggio più reale, più “in carne ed ossa”, meno immortale! (A tal proposito, propongo due video de “I soldi spicci”, coppia di attori siciliani che hanno creato una parodia della serie televisiva:

Altri, invece, sono andati oltre il fatto che la fantasia del regista potesse essere “eccessiva”, ed hanno cercato di cogliere le sfumature, i messaggi di questa fiction.

Ma ripercorriamo brevemente la storia di questo personaggio così enigmatico.

Siamo nel 2008: Rosy Abate è una giovane palermitana con sangue, ahimè, mafioso. Nel momento in cui realizza la vera natura della sua famiglia, decide di seguire le orme dei genitori che, nel frattempo, erano stati uccisi in un attentato organizzato da un’altra famiglia mafiosa che voleva vendicarsi del loro ritorno a Palermo (dopo aver vissuto per un lungo periodo a New York). Da ragazza timida e spensierata, Rosalia si è trasformata in un killer senza pietà, che è riuscito ad imporsi a Palermo (e non solo), diventandone la sua regina. Il personaggio che lega la serie “Squadra antimafia” (in cui gli intrecci dei vari personaggi confluiscono in quello di Rosy) con le due di “Rosy Abate” è Leonardo, il figlio di Rosy. Dopo esser stato rapito e aver inscenato la sua morte (così si conclude Squadra Antimafia), Rosy scopre che suo figlio è ancora vivo. Si apre la prima serie, che vede ancora legati profondamente i personaggi con la protagonista (che all’inizio della fiction prenderà il nome di Rosalia Giraudo); stavolta però si tratta di un legame differente, più intimo. Si scopre, infatti, che la donna a cui Leo è stato affidato, Regina, è la sorella di Rosy. Dopo tante vicessitudini, mentre Regina sta per uccidere Rosy che voleva minacciare il suo legame con Leonardo, ecco il colpo di scena: il bambino spara alla sua madre adottiva, ferendola gravemente (riesce però a sopravvivere; ricompare, infatti, nella seconda serie, e da nemica efferata diventa complice della sorella). Rosy viene incolpata di omicidio e sconta altri sei anni in prigione.

Nella seconda serie, lo scenario si sposta a Napoli. Leonardo diventa un ragazzo in preda ai problemi adolescenziali e alle etichette poco gradevoli che i compagni di classe gli attribuiscono per via del suo cognome. Prende una cattiva strada; infatti, oltre a lavorare come cameriere, per arrotondare spaccia sostanze stupefacenti. È proprio mentre lavora in questo locale che salva dalle violenze di un ragazzo la sua futura fidanzata, Nina, figlia di un boss camorrista. Inizia a collaborare con suo padre ed entra in un giro molto pericoloso. Nonostante la madre cerchi di dissuaderlo, Leo continua imperterrito a frequentare Antonio Costello (padre di Nina) e la sua cerchia di “amici”. Alla fine, Rosy riesce a convincere Leo e, dopo tante peripezie, riescono a trovare le prove per incastrarlo e sbatterlo in prigione.

È in questo punto che gli amanti di Rosy si sono soffermati: non il legame tra una mafiosa e un mezzo delinquente (che tra l’altro, alla fine di tutto, compila il modulo per entrare nelle Forze dell’ordine, scoprendo la sua vera natura e abbandonando per sempre la malavita), ma quello tra una madre e un ragazzo, più precisamente un adolescente. Chi ha già passato questo periodo sa per certo che è una fase transitoria molto importante, in cui si stabilisce la personalità del soggetto. Il cambiamento porta il ragazzo a forzare quasi una repentina “maturità apparente”, cioè l’adolescente fa di tutto per sembrare più grande, più responsabile. Cerca di ostentare la sua libertà e indipendenza dai genitori, tant’è vero che pensa di poter benissimo fare a meno di loro; addirittura si indispone nel momento in cui i suoi genitori gli mostrano affetto, disponibilità nell’aiutarlo, perché lui fa tutto da solo, non ha certo bisogno della mammina o del paparino per risolvere i suoi problemi. Quello che però non si capisce a quest’età è che non bisogna vergognarsi dei propri genitori, anzi, bisogna essere fieri di avere accanto delle persone che provano per te un amore smisurato, ma soprattutto che non hanno secondi fini, perché sono coloro che ti hanno messo al mondo. È come se diventare grandi significasse diventare anaffettivi nei confronti di due persone che, in generale, ti staranno accanto per gran parte della tua vita e che saranno pronte a consolarti sempre, che tu abbia dieci o trent’anni. La stessa cosa succede nella fiction: Leo dice che ha tutto sotto controllo, anche se sa che non è vero, che può risolvere tutto da solo, perché è un “maschio”, e che quindi sua madre deve lasciarlo fare. È quello che Rosy all’inizio fa, ma ad un certo punto è costretta ad intervenire per difendere l’incolumità di suo figlio che per lei resterà sempre il suo bambino. Un gesto che tutte le madri farebbero pur di salvare il loro bambino da una vita non sicuramente spensierata.

Un altro punto di riflessione legato alla precedente è il comportamento di Leo nei confronti di Antonio Costello, il padre di Nina, che lui considera quasi come un secondo padre, come una figura di cui ci si può fidare maggiormente rispetto alla mamma. Questo dimostra l’ingenuità e l’inesperienza di Leo, come di qualsiasi adolescente: il pensare e l’essere convinti del fatto che una persona estranea possa amarti più dei genitori (secondo la visione di un adolescente, sono rompiscatole che vogliono a tutti i costi ledere la sua libertà, dei mostri che vogliono tenerlo attaccato a sé per sempre…). È chiaro che ogni caso è a sé, ma in teoria un genitore dovrebbe volere solo il bene del figlio, perché gli ha dato la vita, l’ha cresciuto, ha dato tutto se stesso per garantirgli il meglio. E questa non è una cosa scontata, anzi, nella vita si incontrano veramente pochissime persone che vogliono realmente il bene di qualcun altro senza voler niente in cambio, solo amore incondizionato, mentre la maggior parte della gente è affarista, sfrutta gli altri per poi gettarli via come sacchi della spazzatura. Tra l’altro, avere dei genitori (e soprattutto presenti) non è un pregio che tutti possono vantare di avere… Quindi, se si ha questa fortuna, è da persone poco mature non sfruttare questo dono immenso. Anche perché, come recita un proverbio, “Chi ti dice di amarti più della mamma ti inganna”.

Insomma, una chiave di lettura molto interessante, che va oltre le apparenze, distrugge le maschere e fa trapelare l’umanità, la persona e non il personaggio che la società malvagia ha creato. Una chiave di lettura che va oltre l’apparente delinquente drogato, oltre la killer spietata che ha ucciso il padre del suo bambino, ma che fa emergere il dolore di una madre nel vedere il proprio figlio perdersi come aveva fatto lei tempo prima. Questo è un esempio che tutte le persone dovrebbero prendere in considerazione, specialmente in questo periodo così delicato: non giudicare mai dalle apparenze, ma scavare in fondo, guardare oltre la punta dell’iceberg, perché solo così si possono abbattere quei muri immaginari molto spesso basati su stereotipi, false credenze e giudizi affrettati.

A cura di Adriana Cinardo

RPI

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