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AVENGERS ENDGAME

“Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”. Quasimodo ben riassume l’incipit di “Avengers: Endgame”: Thanos, alla fine di “Avengers: Infinity War”, si impossessa delle 6 Gemme dell’Infinito; con esse stermina il 50% dell’universo e parte degli Avengers. Il pianeta è in balia di morte e distruzione; urge una soluzione. Così nel rifugio del Titano fanno incursione alcuni Avengers superstiti: Captain Marvel lo acceca con la sua energia e lo immobilizza; irrompono poi Capitan America, Vedova Nera, Hulk, War Machine, Thor e Rocket. Gli eroi cercano le Gemme: ma il gigante le ha distrutte. Thor ha un raptus: mira alla testa di Thanos con lo stonebreaker, e scagliandoglielo contro lo uccide. A causa della perdita delle Gemme per il mondo e per gli Avengers rimasti sono tempi duri, nonostante la morte di Thanos. Pur decimati numericamente ed afflitti negli animi, gli eroi restano uniti: devono salvare l’umanità, o almeno provarci.
Un’ondata di vitalità la dà Ant-Man: svegliatosi nel cimitero delle vittime di Thanos, narra agli Avengers – con esilarante ironia – la sua prigionia di 5 anni nel Regno Quantico. Si domanda: si può retrocedere nel tempo per recuperare le Gemme e gli Avengers polverizzati dal Titano Pazzo? E tornando alla battaglia finale di “Avengers: Infinity War”: si può ribaltare l’esito, e vincere come predetto da Dr. Strange? La sua idea va approfondita: e a chi chiedere, se non al geniale fisico Iron-
Man? Captain America, Vedova Nera ed Ant-Man fanno così visita a Tony Stark, scampato a Thanos e portato in salvo da Captain Marvel: lui ormai si dedica alla famiglia, si gode la casa di campagna e si chiama fuori dall’impresa. Ma un Avenger tale resta: incoraggiato dalla moglie Iron Man ci ripensa, ed elabora un gps spazio – temporale che torna indietro nel tempo. Sulla sua roborante auto va dai colleghi Avengers, consegna l’invenzione e dà l’obiettivo: riportare il tolto senza perdere ciò che si ha. Rende a Captain America lo scudo toltogli in “Captain America: Civil War”; la squadra si sta ricomponendo. Hulk e Rocky sono inviati ad Asgard per cercare Thor: trovano il dio del tuono in modalità “pizza, birra e videogames”, con barba e capelli incolti, appesantito nel fisico e depresso per aver ucciso Thanos; ma non nega il suo
aiuto agli amici. Così Iron-Man, Cap, Thor, Hulk, Vedova Nera, Occhio di Falco, War Machine, Ant-Man, Nebula e Rocket, divisi in squadre, iniziano il viaggio nel tempo: recuperano le Gemme e fanno tornare le vittime di Thanos. Ma tornerà anche quest’ultimo: per distruggere tutto l’universo (non più solo metà). Il dream team è completo: si uniscono Captain Marvel, i Guardiani della Galassia, ed i “rientrati” Spider-Man, Dr. Strange, Wasp, Falcon e Scarlet (manca la Vedova Nera – apparentemente – morta recuperando le Gemme). Uniti alle truppe del Wakanda capeggiate dal redivivo Black
Panther tornano allo scontro finale di “Avengers: Infinity War”: cercando la vittoria prevista da Dr. Strange, ad ogni costo. Nello spettacolare showdown finale Iron-Man strappa il guanto con le Gemme a Thanos: lo indossa, ed affermando con fierezza “Io sono Iron-Man” schiocca le dita; poi si accascia. Il fedele Spider-Man gli sussurra “Abbiamo vinto, Signore”. La moglie guarda Stark con Amore, capisce tutto e gli
dice: “Staremo bene. Puoi riposare”; ed il cuore meccanico di Tony cessa di battere. Il costo è altissimo; ma Thanos è debellato. Captain America va indietro nel tempo a riporre le Gemme, ma non torna: si ferma dalla sua Peggy, si sposa e vive una vita tranquilla. A fine film Cap, invecchiato, è su una panchina: Falcon lo vede, nota la fede e gli chiede chi sia la fortunata; Cap sorride e, pensando all’amata, per tutta risposta gli dona il suo scudo. Si chiude così, con gli autografi dei personaggi durante la sigla e senza scene post-credits, la ventiduesima opera dell’Universo Cinematografico Marvel. L’imponente film, campione di incassi, vanta musiche di A. Silvestri. E’ la fine di un ciclo, ma dimostra che si può viaggiare nel tempo: non cambia la realtà di partenza, ma si varia il passato creando realtà parallele; esistendo realtà parallele, il film può essere anche un nuovo inizio. I supereroi non dovrebbero cedere o morire; “Avengers: Endgame” invece affronta tutto ciò: e li umanizza. Il migliore non è solo il più forte: essere valorosi vuol dire soprattutto affrontare sé stessi, riflettere, usare sensibilità ed accantonare i particolarismi. Si alza lo standard: non si vuole solo un finale ad hoc, ma un’evoluzione. Omero passò dalla tonitruante Iliade alla matura Odissea; similmente, in “Avengers: Endgame” Feidge ed i Fratelli Russo oltre allo spettacolo cercano riflessione. Mixano temi seri (salvare il mondo) e trattazione faceta (l’ironia di Ant-Man e l’insolita goffaggine di Thor); non temono giudizi per le metamorfosi dei
personaggi (Bruce Banner non sa più trasformarsi in Hulk; Captain America nel passato combatte contro sé stesso, e fa i conti coi suoi limiti); i protagonisti si evolvono (l’egoista e snob Tony Stark antepone il bene comune al proprio, e muore sacrificandosi; Cap, dopo una vita per gli altri, sceglie il finale desiderato per sé stesso). Ciò che conta è che il viaggio ci migliori: la fine è parte del cammino ed è ineluttabile – come Thanos: il cui nome evoca il termine “morte” (in greco “Thànatos”). Coi supereroi – odierna mitologia – la Marvel ci addentra in stori fantastiche. In “Avengers: Endgame” l’ “aedo-businessman” Feige lascia aperti vari interrogativi: ma potrebbero essere incipit di nuove storie che ci sorprenderanno e ci faranno tornare a casa cambiati, come nuovi Ulissi del XXI secolo. Chissà: forse l’insegnamento dell’origin story “Captain Marvel” (nulla è come sembra) potrebbe valere anche per le realtà parallele. E magari: niente potrebbe esser andato davvero perso – “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”
(Lavoisier).

To be continued…


Lucilla Fontana

RPI

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